L'arte nella preistoria
La sala dispone di schede in braille per il Percorso tattile.
La comparsa e la diffusione di immagini e di simboli nella documentazione archeologica è databile, in Europa, agli inizi del Paleolitico superiore, circa 35.000 anni fa.
Queste immagini, realizzate da gruppi di cacciatori, raffigurano soprattutto animali.
Le immagini - incise, intagliate o scolpite su ossa, corna e zanne di animali o su lastrine, ciottoli pietra (arte mobiliare), o incise e dipinte su pareti rocciose all'interno di grotte o all'aperto in ripari naturali (arte parietale) - si rinvengono sovente in siti di abitazione o in luoghi comunque frequentati dai cacciatori-raccoglitori paleolitici. Anche donne e uomini, seppure con minore frequenza, furono rappresentati con le stesse tecniche. Numerose e varie sono anche le rappresentazioni di alcuni segni, in genere figure geometriche di oscura interpretazione.
Dal tempo della sua scoperta, all'inizio del secolo scorso, l'arte preistorica è stata interpretata nei modi più vari: arte per arte, totemismo, magia propiziatoria, sciamanismo.
A prescindere dalla sua utilizzazione più o meno pratica, la funzione principale dell'arte, di quella preistorica come di quella moderna, è indubbiamente la comunicazione.
L'arte traduce in simboli l'ideologia e la società secondo paradigmi universali, archetipici, costituendo una forma di pre-linguaggio e di pre-scrittura, utile a relazionare il gruppo umano che la esprime al suo interno e con il resto del mondo, terreno e ultraterreno.
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Grotta Polesini, frequentata dall'uomo nel corso dell'Epigravettiano finale (ca. 11.000 anni fa), è il sito laziale che meglio documenta l'aspetto artistico con numerose raffigurazioni naturalistiche e geometriche, incise su pietra o su ossa di animali, che presentano una grande varietà di motivi figurativi.
Numerose statuette che rappresentano figure di donna in pietra, argilla e osso testimoniano l'esistenza di un culto monogamico femminile nelle culture preistoriche europee e mediterranee. Statuine femminili riferibili al Paleolitico Superiore sono state rinvenute in una vasta area d'Europa, che comprende una fascia territoriale di circa 3.000 per 300 chilometri, compresa tra i Pirenei e il Don. In Francia questi rinvenimenti sono stati datati tra la fine del periodo Aurignaziano-Perigordiano (ca. 27.000-20.000 a.C.) sino al corso del Maddaleniano Medio e Superiore (ca. 15.000-18.000 a.C.). In Italia sono state rinvenute varie statuette femminili stilisticamente riferibili ai moduli paleolitici, ma sempre prive di un preciso contesto stratigrafico e culturale.
Nel corso del Neolitico, in un areale amplissimo compreso tra il Levante mediterraneo e l'Europa, figurine femminili di varia tipologia – realizzate prevalentemente in terracotta ma anche in pietra o in pietra rivestita di argilla – sono presenti in moltissimi villaggi. È nel Neolitico che si identifica la grande stagione della "Dea", nel senso di "Dea incinta della vegetazione", ovvero di Dea Madre. In Italia le principali culture neolitiche presentano ciascuna una tipologia caratteristica, che testimonia dell'aderenza a precisi riferimenti iconografici. È in particolare nell'area padana e in quelle meridionali e insulari che queste figure di donna testimoniano di una ricca e articolata tradizione cultuale.
Le statuette presenti nell'esposizione
"Venere di Savignano" (serpentino tenero; h. 22 cm)
Raccolta nel 1925 preso Savignano sul Panaro (Modena) da operai che scavavano le fondamenta di una casa, fu mostrata alla scultore Giuseppe Graziosi, che la donò al Museo Nazionale Preistorico Etnografico di Roma. Nel territorio di savignano sono segnalate industrie gravettiane (Paleolitico Superiore) e un insediamento neolitico.
"Venere del Trasimeno" (steatite; h. 3,7 cm)
Acquistata da Alerino Palma di Cesnola con altri materiali archeologici contenuti in una cassa recante la dicitura: 'da Castelsecco' (presso Arezzo). Sulla base della ricostruzione dell'attività del primo proprietario sembrebbe provenire dall'area del Trasimeno; dal punto di vista stilistico è trova confronti con statuine del Paleolitico Superiore occidentale. Questa figura si presta ad una visione duplice (così come esposta, ma anche all'incontrario) e chiaramente associa un significato fallico alla rappresentazione femminile. - Dono di Arturo Palma di Cesnola
San Lorenzo Guazzone, Cremona (terracotta; h. 7,2 cm)
La Cultura neolitica del Vhò di Piadena ha restituito una serie di statuette fittili con testa a calotta ed elaborata acconciatura, braccia appena abbozzate a linguetta e glutei nettamente evidenziati rispetto ad una struttura corporea tubolare con appoggio espanso. Stilisticamente molto omogenee e nettamente caratterizzate, in queste figure è l'ambiguità sessuale a costituire la nota saliente. La possibile origine di questo elemento culturale può essere collegata all'ambiente balcanico.
Valle della Vibrata (Ripoli?), Teramo (terracotta; h. 5,9 cm)
Le anse configurate a protome antropomorfa costituiscono la principale evidenza figurativa per gli aspetti culturali del Neolitico medio e recente dell'area adriatica. Da quest'area sono note, nelle fasi neolitiche precedenti, anche alcune statuine femminili con caratteri nettamente stilizzati (dai siti di Ripatetta e di Catignano).
Favella, Cosenza (terracotta; h. 4,5 e 12,3 cm)
Dai siti della prima Neolitizzazione peninsulare, come Rendina (Valle dell'Ofanto) e Favella (Sibaritide), provengono statuine riferibili ad una tipologia unitaria di donna incinta, seduta o stante, con caratteristica enfatizzazione del sesso (Favella 2). Il recentissimo rinvenimento a Favella della parte superiore di uno di questi elementi (Favella 3) permette di integrare l'iconografia complessiva di questo tipologia, avvicinabile a quelle che caratterizzano le più antiche fasi del Neolitico mediterraneo e dell'Europa orientale. - Prestito dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria
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