Materiali
Visite guidate dei funzionari
Il personale scientifico della Soprintendenza, in base alle proprie competenze specifiche, è regolarmente impegnato nei giorni festivi e prefestivi in visite tematiche al Museo che illustrato al pubblico vari temi di interesse paletnologico, paleoantropologico ed etnoantropologici.
Tra i temi trattati si segnalano:
- Incontro con gli antenati: gli australopiteci (Luca Bondioli)
- L'Egeo nell'età del bronzo e l'origine dello Stato (Vincenzo Tiné)
- Uomini e animali nella preistoria (Antonio Tagliacozzo)
- Gli scavi a Festòs e Haghia Triada della missione archeologica italiana (Elisabetta Mangani)
- I Cacciatori-raccoglitori (Grazia Maria Bulgarelli)
- Mobilità e stanzialità: il caso delle palafitte svizzere (Mario Mineo)
- La donna nella preistoria (Alessandra Serges)
- Il sacrificio umano in Mesoamerica (Claudio Cavatrunci)
- La scultura in Africa: maschere, divinità, antenati (Donatella Saviola)
- Cose dell'altro mondo (Vito Lattanzi)
- Cuba: un caleidoscopio di culture (Carlo Nobili)
- Spiriti e dei: arte in Africa Nera (Egidio Cossa)
Etnografia. Materiali per preparare la visita al Museo
Sezione Africa
- "Nel 1800, l'Africa interna è ancora in gran parte sconosciuta al resto del mondo. Un secolo dopo , il continente è già sotto il dominio delle grandi potenze coloniali. In quell'arco di tempo esploratori, missionari e avventurieri si addentrano nelle regioni centrali, alla ricerca di fiumi, laghi, montagne. Scoprono piante e animali mai visti prima, redigono classificazioni, disegnano mappe. E stringono rapporti con gli africani… aprendo la strada all'imperialismo europeo" (L'Africa, esploratori nel continente nero, Anne Hugon).
L'Africa è da sempre stata luogo di intensi traffici con popolazioni di altri continenti: alla preistoria risalgono le prime testimonianze su rapporti con Asia ed Europa. Nel Medioevo mercanti arabi attraversano dal nord al sud il Sahara per commerciare sale, tessuti e armi da scambiare con oro, avorio e schiavi del Sudan (in arabo "terra dei neri"). Gli Europei approdano lungo la costa occidentale, installandovi nel Quattrocento centri commerciali per lo scambio di prodotti e di schiavi in cambio di lavorati. Nel Cinquecento, ormai, l'intera costa del continente era stata riconosciuta, anche il lato orientale, dove già da anni i mercanti arabi svolgevano i loro traffici commerciali. A lungo le conoscenze riguardo l'Africa sono state ristrette a poche aree costiere e alla regione secca, infatti le molti paludi lungo il litorale e le forti correnti dell'Atlantico rendono molto difficile approdare sul continente. Inoltre sia il clima umido e torrido che la fitta vegetazione hanno rallentato per secoli l'avanzata nelle regioni centrali dell'Africa. "È il regno della grande foresta equatoriale, dove gli alberi superano i sessanta metri d'altezza e rami, fogliame e liane formano un inestricabile intreccio in cui si può procedere solo a colpi di ascia e di machete" (L'Africa, esploratori nel continente nero, Anne Hugon, pp. 16-17). Ma non sono solo l'ambiente e il clima a fermare l'avanzata verso l'interno, anche le molte popolazioni, divise etnicamente, politicamente e linguisticamente, non hanno favorito la rapida scoperta del cuore dell'Africa. Intorno alla regione dei grandi laghi, ad esempio, si riscontra la presenza di regni forti e centralizzati, mentre in altre, come il bacino del Congo, vige una forte frammentazione etnica, tanto che molti esploratori hanno addotto quest'ultimo caso ad indice di primitivismo e arcaicità delle popolazioni africane. "A questi ostacoli si aggiunge un alone di mistero e di paura che avvolge sia i racconti locali sia quelli dei viaggiatori europei: racconti che evocano creature senza testa, esseri per metà uomini e per metà animali, pratiche orrende come l'antropofagia, e così via" (L'Africa, esploratori nel continente nero, Anne Hugon, pp. 17-18). Reali ostacoli e racconti immaginari hanno così fermato gli Europei che fino alla fine del Settecento non si sono avventurati nell'interno del continente. Anche a livello commerciale non si sente questo bisogno di occupare nuovi territori: la tratta degli schiavi, principale interesse economico, si attua già dal Cinquecento lungo vari tratti della costa e questo basta. Alla fine del '700 si contano circa 25000 Europei tutti insediati lungo il litorale. Con la nascita dell'Illuminismo, della passione per le scoperte scientifiche e geografiche, cambiano anche le ambizioni delle singole nazioni che fino a quel momento hanno commerciato in Africa. L'Inghilterra può essere considerata pioniere di questa nuova smania di conoscenza. Infatti è nel secolo dei Lumi che molti avventurieri e intellettuali sono attratti dallo scoprire le molte lacune e i molti vuoti che le carte geografiche riportano. I cartografi spesso hanno sopperito alla mancanza di coordinate grazie all'immaginazione o alla supposizione: "i corsi d'acqua si snodano lungo percorsi inventati, il Nilo e il Niger si congiungono, mentre il Congo sembra un modesto fiume costiero!" (L'Africa, esploratori nel continente nero, Anne Hugon, p. 19). Ed è proprio nel 1788 che nasce l'African Association a Londra. Quest'associazione di studiosi ed esploratori ha lo scopo di porre rimedio alle molte lacune che esistono su più di un terzo del Continente nero. Oltre l'interesse geografico, a spingere questi intellettuali sono anche lo studio delle scienze naturali, e della letteratura etnografica, che in quel momento ha iniziato a muovere i primi passi. Forte è il pensiero illuminista che soggiace a questi interessi: il desiderio di conoscere il mondo per controllarlo e dominarlo a partire da una ragione umana e scientifica. Insieme a queste istanze utilitaristiche, presto nascono anche motivazioni filantropiche a spingere verso la conoscenza degli altri popoli. Presto grazie alle varie scoperte nei più sperditi angoli del globo, in Europa inizia a circolare l'idea di un'armonia naturale e sociale che le popolazioni esotiche incarnerebbero. Il mito del "buon selvaggio", lanciato da Rousseau, viene accolto molto favorevolmente in alcune élite di benpensanti europee, tanto che ci si inizia a mobilitare per contro la tratta degli schiavi. "Il dibattito su questa pratica, in uso ormai da secoli, non scaturisce solo da spinte umanitarie: la schiavitù frena l'emergere di un capitalismo industriale moderno, fondato sulla libertà della manodopera. La Gran Bretagna, in anticipo sui rivali europei, spera che l'eliminazione della schiavitù porti ad un indebolimento ulteriore delle economie antagoniste, che ancora ne dipendono. Protestando contro la legalità dell'abominevole traffico e reclamandone l'abolizione, influenti personaggi europei, sensibili sia alle questioni economiche sia a quelle ideologiche, cominciano a interessarsi più da vicino ai popoli dell'Africa" (L'Africa, esploratori nel continente nero, Anne Hugon, pp.20-21). Nonostante questi philosophes le notizie riguardo i popoli africani continuano a scarseggiare e con il loro continui sforzi per promuovere la civilizzazione nei territori del continente, tengono in poco conti i caratteri peculiari delle società native. Quindi anche se spinti da motivazioni filantropiche, il loro scopo non è quello di valorizzare le culture originarie dell'Africa, ma di civilizzarle, di portare il progresso anche a queste popolazioni che in quanto esseri umani hanno pieno diritto di lasciare la loro arretratezza e raggiungere il livello tecnologico e morale della "civilissima" Europa. Uno dei più famosi esploratori, Livingstone, che non disprezza affatto i neri, scrive che il suo fine è di "aiutare i popoli arretrati che si trovano in Africa a prendere rango tra le grandi nazioni della Terra" (L'Africa, esploratori nel continente nero, Anne Hugon, p. 21). Nello stesso tempo, ai primi dell'800, i missionari, che già nel Quattrocento cercarono di evangelizzare le popolazioni del Congo e dell'Angola con scarsissimi risultati e con la conseguente rinuncia, tornano in Africa con i loro propositi di diffondere la Buona Novella. Predicatori, volontari ed ecclesiastici conducono il proprio operato e grazie alle donazioni dei fedeli delle nazioni europee, le missioni proliferano all'interno del territorio africano. Nel 1840 due missionari tedeschi, Krapf e Rebmann, traducono la Bibbia in swahili. L'operato delle Missioni, pur essendo stanziale e spazialmente circoscritto, favorisce la "scoperta" dei territori più "nascosti" del continente nero. Le notizie e le descrizioni che questi "pionieri", si rivelano utili per l'approfondimento e la conoscenza dei luoghi e delle società che li popolano. Anche il commercio trova nuovi prodotti e intravede nuove possibilità economiche per i mercati europei. L'Europa che sta muoventi i suoi primi passi verso l'industrializzazione vede nei prodotti e nelle risorse naturali dell'Africa degli ottimi mezzi per la produzione. Le regioni interne, inoltre, offrono la possibilità di aprire un mercato per i manufatti europei. "Sulla scia dell'Inghilterra, l'intera Europa occidentale è divenuta il 'laboratorio del mondo'; le fabbriche devono smaltire la produzione e ogni prospettiva di allargamento dei mercati è vista con favore. Identificare intere regioni, cartografarle, stringere rapporti con gli autoctoni diventano premesse indispensabili alla penetrazione commerciale. Alla componente filantropica si accompagna uno spregiudicato pragmatismo commerciale: così congiunte, queste istanze favoriranno la scoperta delle regioni centrali dell'Africa" (L'Africa, esploratori nel continente nero, Anne Hugon, pp.29-30). Verso la fine dell'800, l'interesse per il territorio africano non è più solo privato, anche le singole nazioni iniziano a sovvenzionare le spedizioni scientifiche, col fine di appropriarsi di territori per la gestione politica ed economica di vaste aree. Inizia la conquista coloniale. Le spedizioni non sono più finalizzate alla scoperta scientifica e sono affidate a comandanti militari. Questi partono alla scoperta di terre vergini, firmano trattati con i sovrani delle società locali e cercano di mantenere i rapporti con i militari delle nazioni concorrenti nell'accaparrarsi più territori possibili. Nascono i protettorati, legami fra nazioni europee e regni africani e le colonie vere e proprie. "È chiaro, dunque, che dietro il comune denominatore dell'esplorazione in Africa esistono motivazioni diverse, intimamente connesse, spesso combinate tra loro: curiosità, civilizzazione, cristianizzazione, commercio, colonizzazione" L'Africa, esploratori nel continente nero, Anne Hugon, p. 32).
La scoperta della costa occidentale
Agli inizi dell'Età Moderna i paesi europei conoscevano soltanto la parte costiera dell'Africa. I navigatori portoghesi avevano esplorato le coste occidentali del Continente in poco più di 50 anni, tra il 1434 e il 1488. Raggiunto il Capo di Buona Speranza, essi avevano aperto la via marittima che proseguiva oltre Zanzibar, in direzione delle Indie. A causa delle difficoltà di accesso e delle malattie che colpivano gli uomini e gli animali domestici, i portoghesi non si erano mai spinti nell'entroterra, ma si erano limitati ad installare una serie di scali costieri che servivano da base per i vascelli mercantili e per l'azione dei missionari cattolici. Dalle cronache dei primi missionari e dai racconti dei mercanti che viaggiavano sulle navi portoghesi o di altra bandiera ci vengono numerosi resoconti, spesso fantasiosi, sulle risorse del paese e sulle usanze degli abitanti. I portoghesi furono presto seguiti dai francesi, dagli inglesi, dagli olandesi e dai danesi, che insediarono ciascuno le proprie basi costiere. Grazie al commercio con gli europei, si svilupparono piccoli potentati africani. Avorio, oro, ma soprattutto schiavi, erano le "merci" più ricercate. E, proprio in base ad una sorta di mappa delle risorse commerciali, gli europei battezzarono i territori di questo continente con nomi quali: "Costa d'Avorio", "Costa d'Oro", "Costa degli Schiavi", ignorando assolutamente tutto delle popolazioni che vi abitavano. Intorno al 1575 la richiesta di manodopera da parte della colonia del Brasile incrementò la tratta degli schiavi, trasformando le pacifiche relazioni commerciali in una guerra di conquista che mirava ad alimentare il traffico negriero tra la costa africana e le Americhe. Il commercio marittimo degli schiavi si sviluppò su larga scala a partire dal XVII sec., trasformando profondamente gli equilibri politici africani e spostando i centri di ricchezza e di potere dall'entroterra verso la costa. La base di rifornimento per la tratta degli schiavi fu stabilita a Luanda, a Nord del Regno dello Ngola (titolo del re degli Mbundu), centro che divenne in seguito la capitale della colonia portoghese dell'Angola.
L'esplorazione dell'interno del Continente
Fino agli inizi del XIX secolo l'Africa era stata per l'Europa poco più di una linea costiera, punteggiata di scali per il commercio e per la tratta degli schiavi. Le uniche società africane allora conosciute dagli Europei erano quelle che abitavano le regioni coperte di foreste dell'Africa Occidentale; non ci si rendeva bene conto che più a Nord, dietro quelle foreste, si stendessero regioni aperte, dove gruppi rurali coltivavano cereali e pascolavano il bestiame e dove esistevano città i cui abitanti commerciavano trasportando i loro manufatti a dorso di cammello lungo le vie carovaniere che collegavano l'Egitto al Maghreb. L'esplorazione e la conquista delle regioni dell'interno del continente iniziarono e si compirono nell'arco di un secolo, dapprima sull'onda delle prime esplorazioni individuali (Mungo Park, René Caillé, Heinrich Barth) rese possibili dalla scoperta del chinino; e, successivamente, per iniziativa delle Società Geografiche che sorsero nei vari paesi europei. Le vie di penetrazione attraverso la fitta foresta tropicale seguivano spesso i fiumi: il Senegal, il Niger, lo Zaire, lo Zambesi, consentendo di tracciare poco a poco la carta idrografica dell'Africa. Il problema del corso e delle sorgenti del Nilo fu risolto per ultimo, tra il 1857 e il 1864, in seguito ai viaggi di Burton, Speke e Grant. Ai tempi delle spedizioni di Stanley e di Livingstone il viaggio alla scoperta dell'Africa rappresentava una prova di eroismo e una dimostrazione di filantropia: le difficoltà di penetrazione nel continente erano note a tutti e vi era inoltre la ferma convinzione che l'Europa avesse il dovere di guidare l'Africa sulla via del progresso e della civiltà. La prima fase della esplorazione geografica avrebbe dovuto essere caratterizzata da intenti umanitari e dichiaratamente antischiavisti. Tuttavia perseguiva allo stesso tempo anche finalità commerciali, ricercando materie prime e di altre risorse economiche che potessero sostituire i profitti un tempo ricavati dalla tratta degli schiavi. La scoperta delle regioni interne divenne vera conquista coloniale solo alle soglie del '900, quando, dopo il congresso di Berlino (1884), si ebbe la prima spartizione del continente fra le potenze europee.
Origine delle grandi raccolte etnografiche
Nella seconda metà dell'800 il concetto evoluzionista di progresso socioculturale ha alimentato la convinzione della superiorità della cultura europea. Questo approccio etnocentrico ha caratterizzato qualunque tipo di intervento nel mondo africano, trovando la giustificazione della politica espansionistica e della conquista coloniale nell'idea dominante di progresso. La legittimazione di ogni intervento si fondò così sulla necessità morale di favorire l'evoluzione delle popolazioni africane dallo stadio "primitivo" a quello civile. In concomitanza con la politica di espansione coloniale, nacquero, in Europa e negli Stati Uniti, i grandi musei di Etnografia: vi si raccoglievano e classificavano armi, utensili ed ogni altro tipo di oggetto che testimoniasse il livello di evoluzione dei popoli allora definiti "selvaggi" o "primitivi". L'intento della raccolta etnografica era quello di contribuire allo studio degli usi e dei costumi dei popoli che abitavano i territori da conquistare. Le collezioni erano costituite essenzialmente da armi; pochi gli oggetti d'uso; rarissime le sculture, di cui ancora non si percepiva il valore artistico. Spesso le raccolte che un viaggiatore aveva formato nel corso di mesi andava perduta nelle traversie del viaggio di ritorno; e così accadeva anche per la documentazione scientifica e per gli appunti di terreno. Gli oggetti che i musei etnografici hanno conservato fino ad oggi costituiscono un documento di usanze spesso dimenticate e di tecniche attualmente quasi del tutto abbandonate. Essi ci offrono anche una immagine dell'incontro fra due culture: quella di chi costruiva e usava gli oggetti e quella di chi li sceglieva.
La scultura negra e l'arte del Novecento
L'attività creativa degli artisti africani si esprime in una vasta gamma di materiali e forme. La plastica lignea - maschere e statuaria - resta comunque il contributo più significativo della tradizione artistica africana. In essa, più che in altre espressioni formali, è evidente la sostanziale attinenza che lega, nella realtà africana, linguaggio estetico, pensiero relgioso e struttura sociale, in una unità inscindibile che è l'elemento caratterizzante la cultura tribale. Non tutte le tradizioni africane hanno espresso nella plastica lignea il loro universo concettuale: maschere e statuaria, pur in una vasta gamma di stili e sottostili, sono produzione tipica dei popoli stanziali delle regioni occidentali e centrali del Continente a sud del Sahara. Agli inizi del Novecento la "scoperta" dell'arte africana (e di quella oceaniana) influ" sul processo di rivoluzione delle arti plastiche che si verificava in quel periodo in occidente. La particolare organizzazione dei volumi e l'assoluta mancanza di rapporti convenzionali della cosiddetta "arte negra" ispirarono i nuovi modelli compositivi di Picasso, Vlamink, Derain, Braque, Gris e altri. Le loro opere - come nella plastica tradizionale africana - più che rimandare a sensazioni dedotte dall'universo sensibile, si basano sull'organizzazione armonica delle forme in un rapporto di equilibrio che nulla ha a che vedere con la logica estetica di tipo occidentale. Con le correnti del cubismo, dell'espressionismo, del futurismo e del fauvismo iniziava cos" la ricerca di nuove soluzioni formali in aperta rottura con lo stile accademico allora imperante in Europa.
La maschera
Nelle culture tribali africane la maschera è l'espressione più autentica del codice morale e religioso, che sostiene la cultura nel suo complesso; è lo strumento più efficace per la continuità e la vitalità del rapporto che l'uomo ha con le forze dell'universo: essa materializza un'idea, una presenza "altra" che supera gli ambiti del reale sconfinando nella dimensione simbolica. Dal punto di vista formale la maschera presenta una tipologia estremamente varia per materia, proporzioni, decorazioni e per il modo di essere portata. Solitamente di legno scolpito, essa è spesso arricchita con materiali di varia natura (corna, denti, pelle, piume, bacche, ciuffi di pelo o di capelli, ecc.), tutti elementi che partecipano all'accrescimento della sua forza. Il tipo di maschera più comune, e più universalmente diffuso, è concepito per essere portato sul volto; altri hanno una struttura a elmo e altri ancora sono in realtà sculture vere e proprie che vengono portate sulla sommità del capo. Invariato resta comunque il valore semantico che trova applicazione nei più importanti momenti della vita collettiva (iniziazione, funerali, riti di fertilità). L'efficacia della maschera è strettamente connessa al suo uso dinamico. Essa è concepita per essere vista in movimento in un contesto rituale dove musica e danza favoriscono l'accrescimento della sua forza, sottolineandone le implicazioni simboliche.
La statuaria
La statuaria è l'altra espressione tipica della plastica africana. Al contrario della maschera essa è raramente esibita in pubblico e il suo uso non è strettamente collegato a rappresentazioni collettive; è impiegata per lo più nei rituali privati con l'eccezione delle statuedi grandi dimensioni che sono proprietà del villaggio e vengono conservate in luoghi appositi consacrati come templi. Generalmente in legno, la statuaria africana raffgura, nella maggior parte dei casi, l'antenato idealizzato, ma può anche essere supporto del potere di uno spirito, benefico o malefico, la cui forza deve essere canalizzata in senso positivo mediante offerte propiziatorie. Solo in presenza di strutture politiche centralizzate la statuaria può raffigurare sovrani o importanti personaggi della corte; eseguita per lo più in bronzo, avorio o pietra, essa testimonia in questo caso il bisogno della classe al potere di utilizzare un certo numero di convenzioni iconografiche per rappresentare l'istituzione della sovranità e i suoi attributi superumani. Benché ogni etnia rappresenti un universo estetico a sé stante, dotato di autonomie stilistiche del tutto singolari, si può dire che per essere efficace la scultura africana deve possedere alcune caratteristiche formali generali: astrazione, luminosità, armonia, simmetria, ieraticità, verticalità, frontalità, staticità. Queste, lungi dal rappresentare uno sterile esercizio accademico, concorrono ad accrescerne il valore, potenziandone il significato sociale e religioso.
La scultura funeraria
La venerazione dei morti è un elemento culturale costante nella storia dell'umanità e rappresenta uno dei cardini fondamentali delle società dell'Africa Nera. I defunti rappresentano il legame che congiunge i viventi agli antenati mitici progenitori della stirpe: la loro immagine è il simbolo di questa continuità affettiva e funzionale e la sede della forza sovrannaturale che viene ridistribuita ai viventi attraverso il rituale. Il culto è molto semplice e ha per lo più carattere individuale o familiare. Il rituale comprende richieste di protezione, preghiere e piccole offerte alimentari e si svolge in genere all'interno delle abitazioni, quasi sempre di fronte a statuette che dei defunti sono il ritratto idealizzato o, più spesso, il ricettacolo della loro forza vitale. Il culto delle tombe è invece più raro e, in genere, qualche tempo dopo i decessi le sepolture sono abbandonate. Solo alcuni gruppi, per lo più a struttura politica centralizzata, usano collocare, a custodia delle tombe e delle urne che contengono i resti del defunto, sculture che non solo materializzano la forza protettrice dell'antenato, ma che, in alcuni casi, per la cura dei dettagli e la qualità espressiva evocano intenti ritrattistici.
La scultura funeraria: i reliquiari
Tema centrale dell'iconografia dei Kota del Gabon sono le figure di reliquiario poste su recipienti in legno, in scorza o in vegetali intrecciati, contenenti le ossa o il cranio degli antenati e finalizzati a preservarne e a catturarne la forza vitale a beneficio dell'intero gruppo etnico. Queste immagini tutelari, chiamate mbulu-ngulu sono eseguite in legno rivestito di lamina o nastro di rame e ottone, secondo uno stile totalmente astratto che sintetizza le forme naturali in un assemblaggio di elementi geometrici. Alcune sculture hanna testa bifronte, da una parte concava, dall'altra convessa: in questo caso prendono il nome di mbulu-viti e simboleggiano le forze contrapposte del cosmo. Più comunemente il retro del viso non è rivestito di metallo ma semplicemente decorato con incisioni geometriche o con la schematizzazione dell'acconciatura a trecce dei guerrieri o con il simbolo del sesso femminile. I reliquiari, la cui produzione è finita da tempo, erano conservati in apposite capanne ai limiti del villaggio a cui potevano accedere solo i maschi iniziati.
La scultura funeraria: le figure tombali
Figure commemorative (mintadi) in scisto o stealite, o più raramente in legno, erano collocate, nella regione del Basso Congo, a indicare le sepolture reali o di personaggi importanti. Queste sculture raffigurano personaggi in posizione seduta, spesso con le gambe incrociate, che recano una serie di segni-simbolo di potere e autorità come il copricapo tronco-conico (ampu) decorato con gli artigli del leopardo, effige ed insegna del sovrano. Raffigurazioni di donne con bambino erano a volte collocate sulle tombe di personaggi femminili di rango elevato, probabilmente mogli del sovrano o donne di sangue reale. L'iconografia di queste sculture celebra per lo più l'ideale della fertilità femminile ribadendo la centralità della donna nelle strategie sociali dei gruppi a discendenza matrilineare. La ricorrente asimmetria - cos" rara nella tradizione scultorea africana -, l'uso di pigmenti colorati sugli occhi e sulla bocca e la fisionomia vagamente orientale dei personaggi hanno fatto pensare, in passato, a influssi stilistici di provenienza asiatica. In realtà questi manufatti sono una produzione tipica dei Bakongo costieri di cui, nei gesti e nelle posture dei personaggi, nonché nei motivi decorativi raffigurati, esprimono l'universo metafisico.
Le maternità
La rappresentazione della maternità è un tema iconografico ricorrente nella produzione plastica della maggior parte delle società africane. Questa particolare produzione celebra in tutta l'Africa la donna fertile, perno della società in quanto elemento che assicura la continuità della specie. La fecondità della donna e la fertilità dei campi sono infatti gli elementi fondamentali per la vita e la crescita delle società agricole del Continente a cui si deve la quasi totalità delle sculture di questo tipo. La rappresentazione della maternità può alludere a volte alla figura dell'antenata primordiale, la "madre mitica" che diede vita al genere umano. Alcuni studiosi hanno ipotizzato, per quanto riguarda alcune maternità dell'area congolese, una derivazione dell'iconografia cristiana della Madonna col Bambino: in realtà anche questi esemplari restano, per impianto formale e per significato culturale, tipici esempi dell'arte scultorea africana. Studi più recenti hanno collegato queste sculture allo sviluppo di un nuovo culto propiziatorio nkisi - chiamato mpenba - legato al trattamento magico delle patologie ginecologiche che nella seconda metà del XIX secolo si diffuse nelle aree di Loango e Cabinda.
Gli antenati
La raffigurazione degli antenati è un'espressione tipica della tradizione artistica africana: essa riflette l'importanza che le società tribali attribuiscono alle relazioni di parentela, fondamentali anche nella sfera mitica e nel mondo dei defunti. L'antenato è visto e sentito come forza vitale per l'intero suo gruppo di discendenza e come anello di congiunzione tra società dei vivi e mondo degli spiriti; in quanto tale egli è il garante dell'ordine e dell'armonia del villaggio. In accordo con le intenzioni non descrittive e non imitative dell'arte africana, la statuaria degli antenati non ritrae un antenato particolare ma ne riproduce un'immagine idealizzata, nella quale viene esaltato il concetto di forza vitale. Questa finalità è ottenuta osservando alcune costanti formali: - intenzionale sproporzione delle parti anatomiche mediante l'accentuazione della testa e del tronco, sedi della forza vitale, e degli organi sessuali come simbolo di fecondità; - posizione statica, che suggerisce però un movimento incipiente - grazie alla particolare angolatura di gomiti e ginocchia -, simbolo della potenza della forza vitale incarnata dall'antenato; - assenza di passionalità nel volto e di gestualità, che conferiscono al personaggio un atteggiamento di distacco quasi onirico.
I simboli di autorità
In molte culture africane l'emergere di forme di stratificazione sociale e l'affermarsi di un potere politico centralizzato fondato sul principio di territorialità più che su quello di parentela, hanno prodotto lo sviluppo di un'arte di corte. Questa, essenzialmente legata alla figura del capo-re, è complementare all'arte popolare o di villaggio, che resta invece vincolata alla sua essenza magico-religiosa. Al bisogno della classe dominante di confermare e legittimare la propria autorità corrisponde infatti l'affermarsi di un'arte aulico-cerimoniale che utilizza per lo più materiali nobili e duraturi (bronzo, pietra e avorio) per la produzione di oggetti simbolo di potere che esaltano e a volte incarnano il concetto stesso di autorità. Effigi reali, troni, asce d'apparato, bastoni di comando, lance cerimoniali sono quindi funzionali alla gestione del potere in quanto espressione della sua volontà di tramandarsi attraverso la valorizzazione, a livello simbolico, di differenti status sociali. Lance, scettri e bastoni, sono per lo più simboli essenziali della regalità in quanto attributi della potenza del sovrano. La loro presenza nei rituali di riconferma del potere politico ha lo scopo di evocare gli spiriti protettori dell'istituzione monarchica e di simboleggiare al contempo la continuità della linea dinastica. Questi regalia materializzano la presenza del sovrano e, come nel caso delle recadi, attribuiscono al portatore un'autorità regale. Manufatti emblematici di questo tipo sono i sono prodotti nella Guinea Bissau fin dal XVII secolo. Sono insegne cerimoniali in ferro usate come simbolo di potere spirituale e temporale. Possono essere di tipo "maschile", terminanti in due lame divergenti, o di tipo "femminile" sormontate da sculture a tutto tondo in lega di rame ottenute con il metodo della fusione a cera persa. Il centro tematico di queste sculture è per lo più costituito da una rappresentazione equestre, in tutta l'Africa indice di status e simbolo dell'autorità degli antenati e dei capi. Emblemi del lignaggio reale, i sono erano conservati in luoghi sacri e costituivano parte integrante dei rituali ciclici legati al potere politico e religioso. Durante le pause delle processioni essi venivano conficcati nel terreno tra il re e il popolo per indicare la sottomissione del gruppo all'autorità del sovrano e a quella del fondatore mitico della dinastia reale, simboleggiato dal sono stesso.
Le sculture magiche
Sono comunemente chiamati "feticci" una serie di oggetti provenienti dal Bacino del Congo, e in particolare dall'area Bakongo, usati come ricettacolo di sostanze magiche e utilizzati nel corso di rituali propiziatori. Il termine locale è Minkisi (sing. Nkisi) che significa "cose che fanno cose". I Minkisi possono essere figurativi, rappresentare cioé uomini o animali, o non figurativi, essere costituiti da una conchiglia o da un corno animale o semplicemente da un involucro; non è il tipo di supporto dunque che ne determina le qualità ma le sostanze magiche (bilongo) in esso contenute: il supporto è tuttalpiù un conduttore della forza dello spirito. Il campo di azione dei Minkisi è molto vasto: essi sono per lo più utilizzati nei culti terapeutici e in genere nei riti di protezione di uomini e cose, ma possono essere anche usati per azioni di stregoneria per operare malefici o provocare malattie e morte, anche a distanza. La realizzazione di uno Nkisi figurativo è un'operazione congiunta dello scultore e del mago-medico (Nganga), che carica di forza la figura con la collocazione di sostanze - in genere sulla testa o sul ventre - che qualificano l'oggetto e lo rendono operativo. Le essenze magiche possono essere poste all'interno della scultura, in apposite nicchie scavate nel legno, o all'esterno, dentro contenitori aggettanti, generalmente in sostanze resinose. Dal punto di vista morfologico, i Minkisi figurativi possono essere suddivisi in tre categorie principali:
- Nkisi reliquiario, caratterizzato dalla presenza di uno specchio - simbolo della lucidità e della chiaroveggenza del celebrante che interpreta l'evento - come chiusura del nucleo magico.
- Nkisi chiodato, o Nkonde, ricoperto da una quantità di chiodi e lamine di ferro; è spesso caratterizzato dal braccio destro alzato e armato di una lama, gesto di minaccia contro qualsiasi attacco di nemici umani o spirituali. Lo Nganga, conficcando un chiodo nella scultura, libera una forza che dovrà essere gestita e canalizzata, in senso benefico o malefico, mediante apposite formule e riti.
- Nkisi Mpemba che sfrutta come supporto esclusivamente sculture di maternità, in quanto preposto al trattamento di problemi ginecologici.
Sezione America
- … anche se ogni data con la quale si cerchi di separare due epoche è arbitraria, nessuna è più adatta a contrassegnare l'inizio dell'era moderna dell'anno 1492, l'anno in cui Colombo attraversa l'Oceano Atlantico. […] A partire da tale data il mondo è chiuso (anche se l'universo diventa infinito)… Gli uomini hanno scoperto la totalità di cui fanno parte, mentre – fino a quel momento – essi erano una parte senza il tutto. (Tzvetan Todorov)
Il 12 ottobre del 1492, toccando terra in una piccola isola delle Bahamas, Cristoforo Colombo, senza saperlo, era arrivato in quel grande continente che solo in seguito fu denominato America. Nessuno capì la portata della sua scoperta e l'ammiraglio dell'oceano morì nella convinzione di aver raggiunto l'Asia. La sua impresa invece era ben più grande di quanto egli stesso avesse sognato. Con le sue navi era andato al di là dell'Orbis, il cerchio nel quale si credevano fossero inscritti i confini della Terra, e al di là della geografia medievale. Il suo viaggio verso il Nuovo Mondo fu anche una navigazione nel tempo, un passaggio dal Medioevo al Rinascimento.
… perché l'America non si chiama Colombia…
Sebbene Colombo ne sia stato lo "scopritore", il nome dato alle nuove terre sarà quello di America che nel rievocare la figura di Americo Vespucci attribuisce a questo navigatore la "scoperta intellettuale". Vespucci fu il primo a toccare la terraferma continentale e a narrarne le gesta nelle lettere di viaggio che scriverà in seguito e che, diversamente dai diarii di Colombo, saranno date alla stampa. Il carattere " pubblico" delle sue lettere bastò a consacrare la fama di Vespucci al punto da giustificare l'attribuzione del suo nome ad un intero continente.
Il continente americano, suddiviso in tre grandi aree - Nord America, America Centrale o MesoAmerica e Sud America -, per millenni è stato caratterizzato da una straordinaria varietà di etnie e di lingue: si calcola che all'arrivo degli Spagnoli esso fosse abitato da circa 80-100 milioni di individui parlanti più di quattromila varianti linguistiche. Era possibile trovare società di cacciatori-raccoglitori, agricoltori e società più stratificate. Molti erano nomadi, altri stanziali e altri ancora intrapresero vere e proprie espansioni ai danni di altre popolazioni. Oggi l'enorme varietà del panorama delle culture autoctone, molte delle quali sono scomparse senza lasciare alcuna testimonianza, si è notevolmente ridimensionata tanto che in certi casi se ne conosce soltanto il nome e l'approssimativa collocazione geografica. Ma, grazie alle culture sopravvissute e a quelle che hanno potuto essere osservate e descritte da missionari, viaggiatori ed etnografi possiamo renderci conto della ricchezza e della complessità del mondo culturale amerindiano.
America e Europa: malintesi e nuove identità
Gli Spagnoli in rotta verso le Indie, nell'approdare in America si resero protagonisti di quell'evento chiamato "Scoperta", un colossale errore della storia che si è incarnato e tuttora si perpetua nella denominazione di "Indiani" imposta indistintamente alle diverse popolazioni native. Con il 1492 siamo entrati - come ha detto Las Casas, il missionario difensore degli indios, - "in questo nostro tempo così nuovo e così diverso da ogni altro". L'impatto fu totale e completo. Gli Europei trovarono un mondo fino ad allora sconosciuto, ma che era lì da millenni, di fronte al quale essi reagirono come uomini del XVI secolo che si sentivano obbligati ad imporre la loro religione, lingua e cultura. Come primo risultato l'Indigeno, quando sopravvisse, cessò di essere quello che era; altrettanto avvenne con lo Spagnolo "americano", considerato nel vecchio continente come un Europeo che ormai "mangiava radici e beveva cioccolato". Con l'arrivo degli Africani, deportati a milioni, ebbe inizio quel complesso processo di incrocio culturale che caratterizzerà l'identità americana come meticcia. La stessa identità dell'Europeo è radicalmente mutata in seguito a quell'incontro che non ha eguali nella storia occidentale. Le abitudini, la dieta alimentare, la lingua sono gli ambiti entro i quali la straordinaria realtà americana ha lasciato le sue tracce a tutta l'umanità e ha trasformato il nostro modo di essere europei.
- Il problema dell'identità si è posto fin dall'Epoca della conquista e c'è un errore di identità fin dall'inizio, perché Cristoforo Colombo credeva di trovare le Indie e trovò l'America. Mi sembra inoltre che i concetti di bianco, di negro, di indio, siano concetti che compaiono solo in quel momento. Fu anche un malinteso, perché prima della conquista in Europa non si parlava di bianchi. C'erano spagnoli, francesi, inglesi, slavi. D'altro canto, l'Africa si conosceva dal Medio Evo e si credeva che fosse popolata da abissini, etiopi, guineani, congolesi, ma non si parlava di negri. Il concetto di negro è molto recente, è cresciuto con la colonizzazione. La stessa cosa accadeva con gli indios: erano caribi, aztechi, incas, ecc., ma non c'erano 'indios'. Il problema dell'identità di questi tre gruppi etnici ebbe inizio in quell'epoca (René Depestre).
Prima della conquista
I primi scopritori del continente americano, nella convinzione di essere giunti in Asia, chiamarono queste terre Indie Occidentali e i popoli che le abitavano Indî o Indiani. Ancora oggi si usano questi termini per designare le popolazioni autoctone di questo vasto territorio, così è facile trovare termini quali indios per designare le popolazioni del centro e sud America o indians per quelle del Nord. Con il passare degli anni però questo equivoco linguistico oggi si parla di Indiani d'America o ancora più frequentemente di Nativi americani. Il popolamento di questo continente è presumibilmente da far risalire alla fase climatica dell'ultimo periodo glaciale: Pleistocene superiore, epoca quaternaria recente. Prima della scoperta si presume che le Americhe fossero popolate da circa 80-100 milioni di individui, i due terzi dei quali raccolti nell'America del Sud. Ma già dopo appena un secolo dalla scoperta questo numero scese drasticamente del 30%. La conquista ad opera degli Europei ha spesso cancellato le tracce di molte popolazioni di cui oggi si conoscono solo nome e zona geografica, ma in alcuni casi non si sa proprio nulla. Altre civiltà, invece, hanno lasciato tracce archeologiche di grande rilevanza: dal Messico al Perù (Maya, Aztechi ecc.) ad esempio. Altre ancora sono sopravvissute alla conquista e sono giunte fino ai giorni nostri con una parte più o meno considerevole dei propri elementi originari. I mezzi di sussistenza erano vari e diversificati lungo tutto il continente. Nel Nord ad esempio era possibile trovare popolazioni dedite alla caccia: ai mammiferi marini (Eschimesi, Aleuti, ecc.), alle renne selvatiche e ai carbù (Athapaschi, ecc.); al bisonte (Indiani delle Praterie). Lungo la fascia costiera del Nord Ovest veniva praticata essenzialmente la pesca (Kwakiutl, Haida, ecc.), mentre nell'odierna California meridionale il mezzo di sussistenza primario era rappresentato dalla raccolta e dall'allevamento (Pueblo, Navajo, ecc.). Nel Sud allo stesso modo vi erano popolazioni dedite principalmente alla caccia di guanaco nelle steppe australi (Chaco, ecc.); alla pesca, lungo la Costa del Pacifico, (Fungini, ecc.) e nell'odierno Brasile orientale, la risorsa principale era la raccolta (Botocudo, ecc.). Fra queste regione veniva praticata l'agricoltura: non si conosceva l'uso dell'aratro, tuttavia molte specie coltivate nell'intero continente sono entrate, dopo la conquista europea, a far parte dell'economia mondiale: pomodoro, manioca, patata, china, mais, tabacco, cacao, gomma, ecc. Tutte queste popolazioni sono state raggruppate in base al linguaggio, definendo, così, vari raggruppamenti che in taluni casi avevano una vasta e continua diffusione territoriale, mentre in altri casi erano rappresentati da genti disperse e staccate le une dalle altre. Pur riuscendo a definire dei gruppi linguistici principali, la loro diversificazione interna era molto forte, creando viari dialetti e specificità linguistiche. Il mondo amerindiano è stato in parte distrutto e ciò che è rimasto è stato trasformato profondamente dalla conquista europea. Nel Nord America quasi tutte le popolazioni native superstiti sono confinate in territori detti riserve, nel Centro e nel Sud i pochi superstiti sono stati salvati da un ambiente naturale poco incline all'insediamento di tipo europeo (foresta amazzonica, altipiani andini ecc.), anche se la continua ricerca di risorse naturali e il disboscamento sfrenato stanno mettendo a dura prova sia l'ambiente che queste etnie. Si ritiene che i nativi di sangue puro in tutto il continente non superino i 16 milioni ai quali sarebbero da aggiungere circa 10 milioni di meticci. Oltre alle uccisioni e alle stragi, le cause della repentina diminuzione della popolazione nativa sono dovute anche alle condizioni di lavoro schiavistiche imposte dai Bianchi e dalle malattie da loro introdotte.
Esplorazioni
La scoperta dell'America è stata ascritta al genovese Cristoforo Colombo che nel 1492, al servizio della corona spagnola, nel tentativo di scoprire una nuova via verso le Indie, raggiunse le coste americane. Prima di lui i Norvegesi raggiunsero il continente a nord nelle terre che loro stessi denominarono Vinland, anche se la loro "colonizzazione" (1003-1006 d.C.) non produsse alcun risultato. Proprio per questo motivo la data universalmente riconosciuta della scoperta dell'America è quella del 12 ottobre 1492. Colombo sbarcò su una delle odierne isole di Bahama, costeggiò Cuba e Haiti. Nel 1494 furono visitate più accuratamente queste isole insieme a Portorico e Guadalupe dove si insediò un piccolo nucleo di coloni. In un terzo viaggio, nel 1498, Colombo sbarcò sul suolo continentale meridionale alle foci dell'Orinoco, mentre Giovanni Caboto costeggiò il continente lungo le coste della Nuova Scozia, per incarico della corona inglese. L'anno successivo una spedizione spagnola al comando di Alonso de Ojeda raggiunse l'odierna Guaiana dove si divise: un gruppo con a capo Amerigo Vespucci andò a sud fino a raggiungere l'estuario del Rio delle Amazzoni e il capo San Rocco; l'altro con a capo lo stesso Alonso de Ojeda si diresse verso Nord Ovest. Nel 1500 i viaggi degli spagnoli Diego de Lepe, Pedro Alonso Niño e Vicente Yáñez Pinzón completarono la conoscenza delle coste tra il Venezuela e il Pernambuco, mentre il portoghese Pedro Alvares Cabral raggiunse la costa orientale del Brasile. Fra il 1501 e il 1502, Vespucci a capo di un gruppo portoghese costeggiò il continente dal capo San Rocco fino in Patagonia alla baia di San Giuliano raggiungendo l'estuario della Plata. Nel corso degli anni successivi molti cercarono un passaggio nella costa istmica che portasse verso il Pacifico finché nel 1520 Ferdinando Magellano non trovò lo stretto che venne poi denominato appunto stretto di Magellano. In pochissimi anni dunque il territorio australe del continente americano fu costeggiato quasi completamente, ma lo stesso non può dirsi di quello settentrionale, dove oltre Caboto, solo due fratelli portoghesi, Gaspare e Michele Cortereal nel 1501-1502 costeggiarono le regioni di Terranova e del Labrador. La vera e propria scoperta delle coste nordamericane si ebbe con il figlio di Giovanni Caboto, Sebastiano, il quale nel 1508 su navi inglesi costeggia il continente dal Labrador fino all'odierna New York. Nel 1513 viene scoperta la Florida da Juan Ponce de León, mentre nel 1519 Alonso Álvarez de Pineta costeggia il golfo del Messico fino a scoprire le foci del Mississipi. Nel 1524 Giovanni da Verazzano con una spedizione francese raggiunge la Carolina e si spinge fino alla Nuova Scozia per poi scoprire la foce del fiume Hudson. Jaques Cartier, infine, nel 1534, nel 1535 e nel 1541 scopre il golfo di San Lorenzo, ne percorre il fiume e raggiunge Montreal. Dopo poco più di trent'anni dalla prima spedizione di Colombo il continente americano era stato dunque quasi tutto riconosciuto in tutta la sua vastità e varietà del suolo, dei prodotti e della vita umana. Grazie anche alla perlustrazione via terra, dovuta in gran parte alla conquista del Messico ad opera di Hernán Cortés (1519-1522) e in seguito di Francisco Pizarro e Diego de Almagro, si giunse al riconoscimento della costa del Pacifico a nord, mentre a sud nel biennio 1539-40 Alonso de Camargo costeggiò la porzione di territorio compresa tra lo stretto di Magellano e il Perù. Nel 1533 Fernández de Grijalva e nel 1539 Francisco de Ulloa costeggiarono la California, mentre nel 1542 Juan Rodríguez Cabrillo raggiunse la baia di San Francisco. Gli spagnoli non si spinsero oltre a nord e dopo l'ultima spedizione del 1592 ad opera di Juan de Fuca, ci vorranno alcuni anni prima che altre nazioni europee raggiungano il lato nord occidentale del continente. Infatti nel 1648 il russo Simone Dešnev giunse attraverso la costa siberiana a quello stretto che successivamente (1728) sarà chiamato dallo stesso Bering col proprio nome. Un altro russo, il capitano Čirikov, esplorò nel 1741 le coste meridionali dell'Alaska, mentre nello stesso anno il danese Bering costeggia l'Alaska settentrionale esplorando l'arcipelago aleutino. Nel 1778 Giacomo Cook esplorò la porzione di territorio compresa tra la Columbia britannica e l'Alaska e nel 1791 e 1794 altre spedizioni tracciarono la costa canadese del Pacifico ad opera di Alessandro Malaspina e Giorgio Vancouver. La costa settentrionale compresa tra lo stretto di Bering e la Groenlandia è avvenuta ad opera di esploratori polari ed è perdurata per circa tre secoli: Martino Frobisher con tre spedizioni tra il 1576 e il 1578 raggiunse l'isola di Baffin; John Davis con altrettanti viaggi tra il 1585 e il 1587 arrivò ancora più a nord scoprendo le isole comprese tra quella di Baffin e le coste Groenlandesi; tra il 1610 e il 1611 Hanry Hudson scoprì la baia che da lui prese il nome e da questo momento continuarono varie spedizioni che cercarono di scoprire un passaggio che conducesse dall'Atlantico al Pacifico, passaggio che troverà solo tra il 1840 e il 1854 Robert Maclure e che tra il 1903 e il 1906 sarà percorso per la prima volta da Roald Amundsen. Delineate le coste del continente si procedette alla sua penetrazione che iniziò in Messico con Cortéz che nell'arco di tre anni distrusse il regno azteco e si impadronì delle sue ricchezze. Lo stesso avvenne in Perù dove Pizarro distrusse il regno incaico. Da queste regioni partirono diverse spedizioni che si spinsero nell'interno del continente con lo scopo di continuare la conquista iniziata a scapito degli Atzechi e Incas. I primi a spingersi verso l'interno furono dunque gli Spagnoli, mentre i Portoghesi fino a quel momento interessati prettamente al mercato asiatico rimasero stanziati lungo i punti costieri da loro conquistati. In seguito dopo qualche decennio iniziarono anche le loro esplorazioni verso il continente interno. Ma dopo il XVI secolo e fino a tutto il XVIII la conoscenza geografica della porzione meridionale del continente subì un arresto poiché né gli Spagnoli né i Portoghesi intrapresero delle spedizioni e tanto meno permisero ad altre nazioni europee di entrare nei loro territori di conquista. Nel XIX secolo iniziarono le esplorazioni scientifiche con Alessandro di Humboldt che col botanico francese Bompland negli anni tra il 1799 e il 1804 visitarono la regione andina. Seguirono le spedizioni scientifiche del 1817-20 in Brasile e Amazzonia; del 1843-47 in Paraguay, del 1858-62 in Argentina e così via. Gli Spagnoli furono i primi a penetrare all'interno anche nella porzione settentrionale del continente. Negli anni 1540-41 Francisco Vásquez Coronado raggiunge gli altipiani dell'Arizona, seguirono altre spedizioni che non condussero all'obiettivo sperato di trovare l'oro; fu così che per almeno due secoli non vi furono altre spedizioni. L'esplorazione dell'America del Nord avvenne dunque ad opera dei Francesi e degli Inglesi: ne 1607 fu stabilito in Virginia il primo insediamento britannico, mentre nel 1608 nasceva in Canada la prima colonia francese del Quebec, da qui i Francesi si spinsero, in linea orizzontale, a ovest individuando il lago Winnipeg e poi il fiume Missouri (1731-40) giungendo fino ai piedi della Cordigliera Rocciosa; e in linea verticale verso sud discendendo il Mississipi (1673). In questo territorio lentamente si stanziarono anche gli Inglesi, mentre a Nord si crearono alcune compagnie di cacciatori di pellicce sia Francesi che Inglesi che aiutarono ad esplorare il territorio sempre più verso la regione artica. Durante il XVIII secolo Francesi e Inglesi si spartirono gran parte dei territori, finché con la nascita degli Stati Uniti d'America l'esplorazione degli ultimi territori rimasti non andò di pari passo con l'avanzata dei pionieri in cerca di nuovi territori da coltivare e in cerca di oro. Spedizioni scientifiche si alternarono a spedizioni militari atte a scacciare i nativi spesso bellicosi. È utile ricordare le spedizioni scientifiche di Lewis e Clark che dalle praterie si spinsero fino alla costa occidentale e di Dawson che esplorò la Cordigliera Canadese. Altre spedizioni furono attuate ad opera dei servizi geologici e cartografici dei governi del Canada e degli Stati Uniti, nonché da privati in cerca di risorse naturali e minerali. Agli inizi del Novecento la conquista di tutti i territori fu completata definitivamente, il Nuovo Continente era stato colonizzato dagli Europei.
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Sezione Oceania
Oceania
L'Oceania è costituita da migliaia di isole disperse nell'Oceano Pacifico e dalla grande massa continentale dell'Australia. Le terre emerse sono raggruppate in grandi aree geografiche: la Polinesia, la Micronesia, la Melanesia e l'Australia. L'Oceania è abitata da genti di origini, lingue e culture molto diverse.
Il termine Oceania indica convenzionalmente una parte della superficie terrestre coperta per la maggior parte dalle acque dell'Oceano Pacifico. Le terre emerse dell'Oceania presentano grandi differenze morfologiche e geologiche.
La Polinesia comprende le isole poste in un triangolo ideale i cui vertici sono costituiti a nord dalle isole Hawaii, a sud dalla Nuova Zelanda e ad est dall'isola di Pasqua. Le isole sono di origine corallina (per esempio le Samoa), vulcanica (Hawaii) o continentale (la Nuova Zelanda).
La Micronesia comprende una serie di piccole isole e atolli di origine corallina, scarsamente popolati, che si estendono nel Pacifico occidentale in direzione delle Filippine.
La Melanesia è composta dalla grande isola della Nuova Guinea (di dimensioni pari quasi all'Europa occidentale) e dagli arcipelaghi posti a nord-est dell'Australia. L'Australia è una grande massa continentale che da sola comprende i tre quarti delle terre emerse dell'Oceania, con una grande varietà di climi e di ambienti.
L'Oceania è popolata da genti di diverse origini e lingue, ma ognuna delle grandi aree geografiche presenta al suo interno una relativa omogeneità culturale.
Gli abitanti della Polinesia, che in passato furono grandi navigatori, hanno una base linguistica comune, con una cultura e una struttura sociale molto simili in tutti gli arcipelaghi. In alcune isole (Hawaii e Thaiti) prima dell'arrivo degli Europei si costituirono delle formazioni proto-statali.
La Melanesia è abitata da popolazioni di differenti origini e lingue la cui sussistenza è basata su una ricca orticultura (con la produzione di igname, taro, patata dolce etc.) integrata dalla caccia e dalla pesca.
L'Australia era abitata, fino all'arrivo degli Europei alla fine del XVIII secolo, da gruppi di cacciatori-raccoglitori nomadi (gli aborigeni australiani), con una cultura materiale semplice, una struttura sociale complessa e una ricca mitologia.
Il popolamento
Circa 50.000 anni fa gruppi umani cominciarono a spostarsi dall'Asia sud-orientale verso la Melanesia. L'Australia venne raggiunta circa 40.000 anni fa. Gli arcipelaghi della Nuova Guinea intorno ai 30.000 anni fa. Il popolamento della Polinesia ha avuto inizio soltanto nel XIII secolo a.C. e si è conclusa nel XV secolo della nostra era. I polinesiani furono grandi navigatori, possedevano tecniche di orientamento e di navigazione di altura molto complesse che permisero loro di navigare per migliaia di chilometri nell'oceano aperto. Il popolamento dell'Oceania è stato una delle grandi imprese della storia dell'umanità. Gruppi umani si spinsero attraverso la catena di isole che si estende ininterrotta dall'Indonesia fino all'Australia, superando tratti di mare aperto ampi fino a 100 Km. Arrivarono circa 30.000 anni fa nelle isole Bismarck (a nord-est della Nuova Giunea) e furono costretti a fermarsi. Intorno al 1500 a.C., grazie allo sviluppo di imbarcazioni adottate dalla navigazione oceanica, ebbe inizio un nuovo processo di espansione. Intorno al 1300 a.C. furono popolate le isole Tonga, verso il 1000 a.C. le Samoa; la Polinesia centrale fu raggiunta nel I secolo, le Hawaii nel V secolo, l'isola di Pasqua nel IV secolo. Il processo si concluse in Nuova Zelanda tra l'800 e il 1000; le isole Chatham, ultimo insediamento polinesiano, furono raggiunte tra il XV e il XVI secolo.
La navigazione
I Polinesiani erano in grado di navigare per migliaia di chilometri nell'oceano aperto quando nel resto del mondo si praticava solo la navigazione costiera. Utilizzavano imbarcazioni leggere, robuste e veloci: le canoe a doppio scavo chiamate catamarani. Riuscivano ad orientarsi in mare aperto senza strumenti di navigazione grazie a un complesso sistema basato sulla posizione delle stelle e ad una grande conoscenza dei mari e dei venti. Queste conoscenze venivano tramandate attraverso canti, composizioni poetiche, miti. Un sistema di navigazione simile è in uso ancora adesso in Micronesia. Il sistema di orientamento tradizionale è andato perduto al termine del processo di popolamento della Polinesia e l'interruzione dei grandi viaggi oceanici verso la fine del XIV secolo. Il sistema oggi in uso in Micronesia è probabilmente simile a quello degli antichi polinesiani. Il riferimento fondamentale è una bussola "stellare" che identifica sui 360 gradi del cerchio dell'orizzonte 32 punti corrispondenti al sorgere e al tramontare di 15 tra stelle e costellazioni. Per andare da un'isola ad un'altra si naviga in direzione di una stella corrispondente alla direzione dell'isola di destinazione; dopo qualche ora, con lo spostarsi della stella sulla volta celeste, se ne sceglie un'altra e così via in una sequenza di stelle, "un sentiero di stello"; di giorno si conduce una navigazione stimata sulla posizione del sole e la direzione del vento e delle onde. La piena conoscenza del sistema richiede un apprendistato che può durare quindici o venti anni. In anni recenti sono state compiute traversate del Pacifico per migliaia di miglia, sia con moderne imbarcazioni a vela che con ricostruzioni di antiche imbarcazioni polinesiane, utilizzando esclusivamente il sistema tradizionale di orientamento e navigazione.
La Nuova Guinea
La Nuova Guinea è una grande isola posta a nord dell'Australia. La maggior parte dell'isola è costituita da catene montuose alte e impervie, di difficile accesso (le vette più alte arrivano a 4.000 m); nelle pianure scorrono grandi fiumi, il territorio è coperto da una fittissima foresta tropicale. Nell'isola vivono molte popolazioni con lingue e culture differenti; nella sola parte orientale si parlano 914 lingue diverse.
La Nuova Guinea è stata l'ultima regione della terra ad essere esplorata. L'esplorazione da parte delle pattuglie australiane è proseguita fino alla fine degli anni '60. Alcune popolazioni delle zone interne hanno tuttora contatti molto rari col mondo esterno. Gran parte degli abitanti vivono in un'economia di sussistenza basata principalmente sulla coltivazione di tuberi. Le tracce più antiche della presenza umana in Nuova Guinea (il sito di Kosipe, a circa 80 km di distanza dalla costa meridionale) risalgono a circa 26.000 anni fa, anche se non si può escludere un popolamento più antico. Da allora si sono susseguite numerose ondate di popolamento che hanno lasciato un segno nella grande varietà di lingue parlate nell'isola. Le popolazioni giunte in epoche più recenti vivono nelle zone sud-orientali e parlano lingue del ceppo austronesiano, diffuso in tutta l'Oceania. Attualmente la lingua ufficiale è il tok pIisin o "pidgin english", una lingua franca derivata dall'Inglese con influssi delle lingue locali e con termini di origine tedesca e portoghese. La maggior parte della popolazione vive in un'economia di sussistenza. Ogni gruppo familiare coltiva la propria terra, consumandone direttamente i prodotti. Fondamentale è l'allevamento dei maiali che, oltre a costituire la principale fonte di proteine, sono stati, e sono ancora in molte zone, il principale mezzo di scambio e simbolo della ricchezza. La base della società è costituita da un grande gruppo familiare, il cui capo è chiamato "big-man".
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